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Conversando con Monica Capuani, a teatro la "signora delle traduzioni"
a cura di Roberto Canavesi
Alzi la mano chi davanti alla locandina o ad una scheda di sala presta attenzione a tutti i nomi indicati senza limitarsi ad una sola rapida lettura di interpreti e regista: tra i crediti presenti sotto il titolo non di rado troviamo indicazione del traduttore/traduttrice, ruolo indispensabile nella trasposizione di un testo a firma di un autore straniero, più o meno contemporaneo.
Figura oggi tra le più attive nel campo della ricerca di testi contemporanei e delle traduzioni teatrali, il nome di Monica Capuani è in assoluto un riferimento certo, presenza indispensabile per la definizione di progetti che non possono prescindere dal lavoro di analisi e traduzione: per meglio conoscere oneri ed onori del suo ruolo, le abbiamo rivolto alcune domande sperando di scoprire più da vicino i "segreti" di un'attività allo spettatore medio forse poco nota, e non sempre valorizzata come meriterebbe dagli stessi addetti ai lavori.

Traduttrice come giornalista e collaboratrice di numerose testate nazionali: partiamo "ab origine", e raccontaci quando e da dove nasce la tua passione per la parola scritta in generale, e per l'attività di traduzione in particolare.
"La fascinazione della parola scritta è nata da bambina: ho subito iniziato ad avere un rapporto intenso con i libri. Negli anni della scuola, la consuetudine alla lettura si è rafforzata e i libri hanno conquistato sempre più spazio nella mia vita, diventando una presenza costante. Ho avuto la fortuna di incontrare, nei vari stadi della scolarità, docenti decisi ad assecondare il mio istinto, e al tempo stesso capaci di guidarmi nella scelta delle letture. Il gusto per il racconto, che fosse la narrazione di un film o di un libro, ha rappresentato un elemento di vero e proprio contagio anche nei confronti degli altri membri della mia famiglia. Parallelamente la passione per la scrittura si è espressa da giovane in una sorta di grafomania, spingendomi a scrivere lettere e diari.
La scoperta del teatro è avvenuta a undici anni: i miei genitori mi portarono al Quirino di Roma a vedere Le allegre comari di Windsor con Tino Buazzelli, spettacolo che ha fatto scattare quella molla di interesse prima, e di passione poi, che non mi ha più abbandonato. Ho frequentato il liceo classico al Virgilio di Roma e a teatro andavamo tantissimo e felicemente, perché in quegli anni la qualità degli spettacoli era ancora alta. Ed ancora gli incontri universitari con personalità del calibro di Alberto Asor Rosa e Maria Serena Sapegno hanno rafforzato tanto il legame con lo studio e la scrittura, poi sperimentata per una ventina d'anni in grandi testate giornalistiche, parallelamente a collaborazioni in ambito editoriale, con la traduzione di una settantina di romanzi. 
La traduzione per il teatro è cominciata nel 2001 con I monologhi della vagina di Eve Ensler, il primo progetto per la scena che ho tradotto e prodotto, rampa di lancio in direzione di quell'universo del teatro verso il quale, da una decina di anni, posso dire di aver concentrato il mio esclusivo interesse
".

Da frequentatore teatrale di lungo corso ho sempre pensato che tradurre non sia solo trasporre in italiano parole scritte in un'altra lingua: personale sensazione è che figure come la tua possano attivarsi in molte dinamiche del processo di creazione di uno spettacolo. Impressione azzardata o prospettiva non così lontana dal reale?
"Il traduttore per me è un autore-ombra, che esercita il mestiere della scrittura nella sua lingua madre per cercare di avvicinarsi il più possibile alla bellezza dell’originale. Chi traduce il teatro, in più, deve anche tenere sempre presente che quella parola deve essere a servizio dell'attore, e lo deve aiutare a immedesimarsi nel ruolo grazie a una voce coerente con il personaggio che deve interpretare. Io ho subito sentito la necessità di entrare all'interno del processo creativo, e sono sempre presente nei primi giorni di prove per perfezionare la traduzione insieme a chi deve utilizzarla perché in questo meccanismo dai fragili equilibri che è il teatro si deve partire proprio dalla lingua, prima tessera imprescindibile di quel mosaico che è il progetto artistico. Nella tradizione del teatro italiano si è spesso attinto alle traduzioni accademiche, senza sapere che gli stessi accademici, salvo rari casi, non hanno mai avuto un contatto diretto con la macchina teatrale e le sue necessità specifiche".

L'etimologia del termine tradurre ci riporta al latino transducere, trasportare e/o portare oltre, come la sua radice all'idea del tradere, il tradire, l'esprimere in maniera falsa. Nel tradurre parole non tue, quanto è concreto il rischio di tradire, e quindi alterare, il loro significato originario?
"Per quanto si possa essere traduttori meticolosi e attenti, l'interpretazione sbagliata è un rischio sempre concreto: ciò premesso, oggi possiamo limitare sicuramente l'azzardo ricorrendo ad amici di madrelingua, a vocabolari di varia natura o alla stessa tanto discussa intelligenza artificiale che, se utilizzata con attenzione, può rappresentare un valido aiuto.
Detto questo, nella sua accezione più nobile, il "tradimento", in un'accezione positiva e auspicabile, può rendersi indispensabile quando ci si trova a dover reinventare: in un autore come Shakespeare, ad esempio, c'è una costante necessità di reinvenzione, che richiede a chi traduce un fine lavoro autoriale, il cui obiettivo finale è ottenere un effetto comico, o un'espressione idiomatica che traghetti il senso dell'originale intraducibile, attraverso un processo di costante rimodulazione”.


Ampliando ulteriormente lo sguardo, trovo quanto meno singolare l'assenza di uno specifico riconoscimento per la traduzione nelle categorie dei principali premi per il teatro italiano: come spieghi questa anomalia che definirei di sistema?
"A teatro la lingua dovrebbe avere un ruolo cruciale: la bellezza del suo ascolto dovrebbe essere il discrimine per la valutazione di una traduzione, anche per una giuria che non conosca le lingue degli originali. Se la lingua è bella, e serve bene gli attori e la regia, oltre a chi la ascolta tra il pubblico, la traduzione ha raggiunto il suo obiettivo.
Per fare una semplice comparazione, e al tempo stesso capire le distanze oggi presenti tra i due differenti modelli, è bene ricordare come nella realtà anglosassone sia presente un sistema legato all’attività di traduzione che presuppone la compresenza di due ruoli distinti: da un lato una figura che cura l’aspetto meramente letterale, dall’altro un drammaturgo spesso molto noto che rielabora la prima stesura per renderla più drammaturgicamente efficace.
Quello che mi preme venga alla luce della mia attività nel mondo del teatro italiano è la ricerca continua di testi di drammaturgia contemporanea, che poi traduco e propongo ad attori, registi e produzioni, seguendo spesso il lavoro dalla genesi al suo approdo in palcoscenico. Oggi esigo che tutto questo lavoro venga riassunto con il termine dramaturg, una funzione a cavallo tra un ruolo artistico e produttivo"
.

Scorrendo i cartelloni dei principali teatri italiani sono numerosi i titoli con il tuo nome, soprattutto per quanto attiene la drammaturgia di lingua inglese: quali, a tuo parere, gli autori stranieri contemporanei oggi di maggior interesse per la scena italiana?
"È difficile rispondere a questa domanda perché il bacino della drammaturgia angloamericana, straordinaria e vastissima, continua a produrre autori e testi eccelsi: provo a rispondere assecondando gli inevitabili gusti personali che mi indirizzano a tradurre e a studiare un autore piuttosto che un altro. Di certo riservo grande attenzione alla contemporaneità, convinta del fatto che lo spettatore debba uscire dalla sala continuando a pensare a quello che ha visto.
In questa direzione da tempo sto facendo una ricerca specifica sulle drammaturghe, che in questo momento scrivono testi di grande ambizione da una prospettiva inedita. L'irlandese Marina Carr ne è una delle espressioni più alte con uno stupefacente corpus di testi, tra i quali magnifiche e radicali riscritture della tragedia greca. Dell'americana Annie Baker nelle prossime due stagioni sentiremo parlare molto. Non posso non citare Lucy Kirkwood, l'autrice del monumentale The welkin (L'Empireo) e di Chimerica, testo preveggente sul rapporto tra Cina ed America oggi di grandissima attualità.
Passando agli autori, mi piace citare Duncan Macmillan e soprattutto Robert Icke, regista e autore non ancora quarantenne, tra le personalità di maggior importanza della scena inglese, che ama dirigere le sue riscritture di grandi classici
.

Prima di salutarci, senza voler forzare i vincoli di riservatezza sui progetti a venire, posso chiederti cosa bolle in pentola per il prossimo futuro, e cosa ti auguri per il domani della tua professione "teatrale"?
"Mi piacerebbe continuare la strada intrapresa nella ritraduzione di alcuni testi classici che vanno in scena in traduzioni ormai vecchie con il concreto rischio di non rendere la dovuta giustizia a bellezze senza tempo. Vorrei anche continuare il rapporto con alcuni registi destinatari di specifiche proposte in materia di scelta di testi.
Intendo continuare a proporre laboratori in cui i giovani attori, registi e drammaturghi possano scoprire vari aspetti della drammaturgia contemporanea che cerco e traduco. Sono molto grata a Leonardo Lidi per avermi chiamata nella Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, offrendomi la possibilità di costruire fin dalla scuola di teatro una mappatura seria delle nuove drammaturgie per gli attori e le attrici di domani, un viaggio che potrà tornare loro utile in futuro, quando dovranno scegliere i drammaturghi da studiare, approfondire, rappresentare"
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